La Corte di Cassazione torna ad occuparsi delle condizioni dei detenuti ed ancora una volta lo fa richiamando i principi sanciti dalla Corte Europea dei diritti dell’Uomo. Nel caso di specie il Magistrato di Sorveglianza di Venezia, su reclamo del detenuto, aveva disposto l’allocazione dello stesso presso una stanza di pernottamento con superficie calpestabile pro capite non inferiore a 3 mq.  Lo stesso detenuto, invocando la sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo del gennaio 2013 (c.d. caso “Torregiani”) e l’art. 27 della Costituzione chiedeva che fosse ordinato all’Amministrazione Penitenziaria di porre rimedio alle condizioni inumane e degradanti di detenzione a cui era sottoposto.
Pur nella consapevolezza (come rilevato dalla Avvocatura Distrettuale dello Stato) che non vi siano nell’ordinamento interno, né in quello internazionale, norme che prevedano le dimensioni delle celle, affinchè possano ritenersi adeguate e sufficienti al trattamento umano del detenuto, il Giudice del reclamo aveva richiamato i criteri affermati dalla Corte di Strasburgo (ed in particolare della menzionata sentenza “Torregiani”).  E tale ragionamento non poteva non trovare il pieno conforto della Suprema Corte che non si discosta minimamente da quanto affermato dal Magistrato di sorveglianza e rigetta il ricorso del Ministero della Giustizia: in difetto di disposizione normativa ad hoc, adìto dalla doglianza del detenuto, di sottoposizione a trattamento inumano o degradante, per essere ristretto in ambiente carcerario di ampiezza esigua, il Giudice del reclamo (Magistrato di Sorveglianza) è chiamato ad accertare e valutare la condizione di fatto della carcerazione, alla stregua dei canoni e degli standard giurisprudenziali.