- meccanismi di disvelamento e la difficile scelta di agire: è emerso che la violenza domestica e di genere (contro le donne) è un diffuso fenomeno trasversale che riguarda diversi ambienti, ceti, censi; le vittime tendenzialmente non hanno piena consapevolezza del disvalore e hanno ritrosia a raccontarla ancora prima che a denunciarla (in senso tecnico); comunque, anche una volta esternata la propria esperienza, conservano un’indecisione anche nel dispiego della successiva attività di tutela che spesso sfocia in accordi che tali realmente non sono ma mere “rese”, rinunce e non coltivazione delle iniziative eventualmente faticosamente intraprese;
- violenza economica come forma misconosciuta, ma pervasiva e devastante di violenza; volevamo comprendere se effettivamente tale forma di violenza endofamiliare sussista e come si configuri, se si tratti di una sudditanza inflitta alla donna come modalità di dominio dalla quale non possa poi svincolarsi, come si articoli nella concretezza del rapporto tra partner e cioè di come venga agita/subita e diventi una forma di prigionia dalla quale diviene poi difficilissimo sottrarsi. Abbiamo purtroppo avuto una risposta largamente positiva nell’85% dei casi: la violenza è polimorfe e quella economica tende a limitare la libertà personale con vari modalità comunque tutte tendenti ad impedire di sfuggire alla sudditanza così inflitta dall’autore alla vittima principale ed ai suoi figli.
- violenza assistita e violenza domestica nei confronti di altri conviventi: quali siano i danni dell’assistere alla violenza tra genitori o nei confronti di altri familiari, è cosa oramai ampiamente trattata in letteratura, e vi è consapevolezza della nocività di tali comportamenti sia tra gli autori sia tra le vittime. Le donne in particolare appaiono in larga massima più consapevoli (91%), il che rende però rende ancora più apparentemente incomprensibile la mancata reazione e l’assenza di immediata ricerca di protezione e tutela in nome dell’amore dei figli.
- adeguatezza dei rimedi di giustizia e dei tempi di reattività dell’ordinamento: il nostro ordinamento interno è sostanzialmente ancora inadeguato, sia perché ignora alcune forme di violenza della loro pervasiva nocività (violenza economica, assistita ed altre), sia per l’assenza di strumenti soprattutto di sostegno e di welfare, di cura e riabilitazione degli autori e delle vittime dei reati di violenza, e per i tempi di reazione che sono inadeguati a un’effettiva tutela.
I risultati, sociologicamente e giuridicamente interessanti, fanno comprendere come gli interventi legislativi meramente punitivi siano inadeguati e sia invece necessario un massiccio intervento anche culturale di consapevolizzazione di vittime e maltrattanti, di welfare ai fini di riabilitazione loro e dei familiari (prima di tutto i figli minorenni testimoni di violenza), di sostegno protratto per tempo. E anche di educazione delle nuove generazioni a considerare la violenza non come un male necessario ma come un cancro infestante e metastatizzante da prevenire e curare con la massima determinazione e perseveranza. Un cancro che riguarda non solo quella famiglia, come se ciò già non fosse sufficiente, ma l’intera società che ne rimane contagiata. Si tratta di violazione dei diritti fondamentali e soprattutto di quel diritto alla dignità che la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo sottolinea come diritto fondamentale e che nella perpetrazione ripetuta e polimorfe di atti persecutori si sgretola progressivamente fino a svanire con danno alla persona, alle sue relazioni e all’intera società.